LE MONETE DI TASSAROLO

FRANCESCO MELONE

III

Monete d’oro di Filippo Spinola

La Zecca di Tassarolo, morto Agostino Spinola nel 1616 senza figli, riprende a battere moneta nel 1629, per volere del terzo Conte del feudo, Filippo Spinola, nato nel 1606, figlio di Massimiliano, fratello di Agostino, e di Violante Spinola.


La prima moneta raffigurata nella Tav. IV è un pezzo da due doppie d’oro del diametro di ventisette millimetri, ha nel dritto l’aquila bicipite, simbolo del Sacro Romano Impero, il cui titolo apparteneva di diritto all’Imperatore d’Austria, il quale aveva nel 1560 elevato a Contea il feudo di Tassarolo. E lo ricorda l’iscrizione PHIL.SPIN.COM.PALAT.MO.AV. cioè Moneta aurea di Filippo Spinola Conte Palatino. Al rovescio è effigiato S. Nicolò, Vescovo di Mira, dietro uno scudo con lo stemma degli Spinola ai quarti e l’arma d’Austria al centro. S. Nicolò è il protettore di Tassarolo, cui è dedicata la Chiesa parrocchiale.

La moneta che segue è un’altra due doppie d’oro, del peso di g. 13,1 e diametro 31 mm. Il diritto rappresenta il busto di Filippo a destra, i capelli corti, senza barba, volto quindi giovanile; ricordiamo che nel 1629, data di emissione della moneta, egli aveva 23 anni. Al rovescio appare uno scudo ovale con lo scacchiere degli Spinola e lo spino che in questo caso si confonde con la forma di un giglio.

Il pezzo alla pos. 3, Tav. IV è di valore della metà della precedente e l’impronta è identica, salvo l’anno che è il 1630. Trattasi infatti di una doppia, pesa g. 6,55 e misura mm. 25 di diametro.

Ricordiamo che in origine (sec. 16°) era chiamato doppia il doppio scudo, cioè il pezzo del valore di 2 scudi d’oro; ma il nome si diffuse poi tanto che ne fu dimenticata l’origine e non fu più considerato come multiplo dello scudo, anzi lo scudo stesso fu detto mezza doppia e il mezzo scudo quarto di doppia.

Del 1640 sono altre monete da due doppie e da una doppia aventi uguale disegno sia al dritto che al rovescio, raffigurate nella Tav. V rispettivamente alle pos. 1 e 2. Il peso ed il diametro rispettivi sono uguali a quelli dei pezzi precedenti. Il diritto offre il mezzo busto del Conte rivolto a destra con lunghi capelli, baffi e barbetta, vestito di una corazza molto ornata, mentre al rovescio si vede l’immagine di un gesuita con le mani legate dietro ad un albero ed attorniato da fiamme divoratrici. L’iscrizione P. CAROLVS.SPIN.M.SOC.IESV ci indica che si è voluto con tali monete ricordare il martirio del Padre gesuita Carlo Spinola. Nato a Genova nel 1564, andò missionario in Giappone nel 1602, ove operò per venti anni finché, a causa delle misure anticristiane del re Daifusama, fu arrestato e bruciato sul rogo a Nagasaki il 10 settembre 1622. Fu poi beatificato.

L’ultima moneta raffigurata nella Tav. IV è un ducato o ongaro. Sull’origine di questo tipo di moneta rimandiamo il lettore a quanto si è precisato descrivendo le monete d’oro di Agostino Spinola.

Questa ha nel diritto un guerriero armato di mazza in piedi tra due stemmi con le insegne degli Spinola e dei Centurioni-Oltremarini inquartati, queste ultime per la moglie del Conte, la quale apparteneva a tale famiglia. Intorno si legge PHILIP-PVS.SP.D.G.COM.PAL.; al rovescio la solita aquila bicipite e lo scudo austriaco col Toson d’Oro, la scritta SVB.VMBRA.ALAR.PR. e la data 1637. Pesa g. 3,35 ed il diametro è di mm. 22.

Si conosce un altro ongaro uguale al precedente, ma variante nella leggenda sia al diritto che è PHILIPPVS.SP.D.G.COMES.PAL, come al rovescio: SVB.VMBRA.ALAR.TVAR.PRON.


Nella Tav. V possiamo osservare altri due ongari. Quello alla pos. 3 pesa g. 3,4 ed ha un diametro di mm. 23. Al diritto è raffigurato il Conte in piedi che tiene con la destra la spada nuda appoggiata a terra e tra i piedi appare la spina, a forma di giglio, degli Spinola.

La leggenda è PARS.MEA.DEVS.IN.AETERNVM. Al rovescio è incorniciata l’iscrizione FER.IMP.SEM.AVG.PHI.SPA.COMTAS.FEL.PER, cioè Ferdinando Imperatori Semper Augusto, Philippus Spinola Comes Tassaroli felicitatem perpetuam.

Quello alla pos. 4 pesa quanto il precedente, ma ha diametro inferiore, mm. 22, ha nel diritto l’iscrizione del rovescio del precedente e nel suo rovescio si vedere una rosa entro una corona di alloro, con la leggenda IN+ODOREM+CVRRVNT+QUI+DILI + + + e tra le parole invece dei punti si trovano delle piccole rosette.

Monete d’argento di Filippo Spinola

E’ del 1629 lo scudo alla pos. 5 della Tav. V, ed ha nel diritto il mezzo busto di Filippo rivolto a destra senza barba e con corti capelli. Sul braccio destro campeggia la testa di un leone e sotto il busto si notano le iniziali I.A.P.F. del nome dell’incisore a noi sconosciuto per mancanza di documenti. Il rovescio ha il solito stemma della famiglia ornato e coronato. Questa moneta ha un diametro di mm. 41, pesa g. 31,5 e l’argento è del titolo 900.

E’ stato battuto anche il corrispondente quarto di scudo del 1629, avente diametro di mm. 29, con conio quasi identico al precedente, mancante però delle iniziali dell’incisore, come la variante dello stesso scudo raffigurato nella pos. 1 della Tav. VI.


Il più comune fra gli scudi degli Spinola è quello che segue: pesa g. 30,6 ed ha un diametro di mm. 41, l’argento ha ancora titolo 900. Il diritto presenta il busto del Conte a destra, con lunghi capelli, corazza, manto e testa di leone sul braccio; il rovescio ha un Santo a cavallo, che, brandendo una lunga picca, sta per colpire un uomo disteso per terra. Lo contorna l’iscrizione tra rosette SPES.NON.CONFVNDIT. e la data del conio 1639. Si conosce anche lo stesso scudo datato 1640 ed esistono altri pezzi che differiscono per varianti nelle lettere e nelle rosette delle leggende.

Il mezzo scudo corrispondente, diametro mm. 35, appare alla pos. 3 della stessa tavola ed è perfettamente uguale nel conio allo scudo appena descritto.

Assai più raro dei precedenti è invece l’ultimo scudo che appare nella Tav. VI. Pesa grammi 30,8, ha il diametro di mm. 41 e il titolo dell’argento è 900. Al diritto si vede il mezzo busto di Filippo rivolto a destra con la testa più grande rispetto a quelle dei precedenti; il collo è nudo e la corazza è del tipo romano. Al rovescio entro uno scudo coronato e assai ornato appare l’aquila bicipite del Sacro Romano Impero anch’essa coronata e con lo stemma d’Austria sul petto. La leggenda intorno è IN.TE.DOMINE.SPERAVI. seguita dall’anno del conio 1663.


Le prime quattro monete che appaiono nella Tavola VII fanno parte di quelle battute allo scopo di adeguarsi alle necessità dei commerci con i centri del Levante e sono perciò di lega d’argento di titolo basso, come si ebbe occasione di citare nella prima puntata di questo note (Novinostra, Marzo 1975). Tale tipo di moneta fu denominata Luigino, perché frazionaria dello scudo francese detto Luigi d’argento, ebbe valore di cinque soldi tornesi ed incontrò larga diffusione nel Levante, dove fu preferita a qualsiasi altra moneta, avendo avuto particolare successo, per la bellezza del conio, il luigino della zecca di Trèvoux coniato da Anna Maria Luisa di Borbone, principessa di Dombes.

Poiché le impronte originali di queste monete sono rappresentate da un busto di donna sul diritto e dalla stemma francese dell’epoca con tre gigli sul rovescio, nelle varie imitazioni furono conservate tali caratteristiche sia pure con l’apporto di varianti soprattutto nella interpretazione dello stemma; modifiche sostanziali figurano ovviamente nelle leggende.

A fianco di questo gruppo vennero coniati però luigini che dell’originale conservano il peso ed il valore, ma si staccano completamente nelle raffigurazioni del diritto e del rovescio.

I luigini vennero coniati specialmente nelle piccole zecche presso le quali, nell’intento di trarre il massimo profitto, si sostituì l’impiego di argento di buona lega con la cosiddetta mistura o biglione.

In Itali lo fecero i Centurione nella zecca di Campi, i Doria di Loano e di Torriglia, i Malaspina di Fosdinovo e gli Spinola di Arquata e di Tassarolo. Per l’effetto dannoso provocato nel campo commerciale e politico dalle emissioni incontrollate dei luigini, che con l’andar del tempo peggiorarono nel loro valore intrinseco, la Repubblica di Genova intervenne con severissime ordinanze per sopprimerne la coniazione e vietarne il corso. Essa provvide anche ad esercitare una attenta sorveglianza nei centri del Levante soggetti al suo controllo.

In conseguenza di tali provvedimenti, l’area di smerci si spostò poi dalla Liguria alla Toscana.

Osserviamo ora i luigini di Tassarolo: quello alla pos. 1 ha il diametro di mm. 21 e sul diritto il busto del Conte rivolto a destra con l’epigrafe PHILIPPVS.D.G.COMES.TASS. Nel rovescio si vede uno scudo coronato ove campeggia un giglio attorniato dalla leggenda CIRCVMDEDISTI ME LAETITIA e dall’anno del conio 1662.

Solo 19 mm. è il diametro del luigino che segue e al rovescio lo scudo reca tre gigli anziché uno, contornato dall’iscrizione IN.TE.DOMINE.SPERAVI. 1665.

Gli altri due pezzi sono abbastanza simili al primo, ma l’aspetto della figura del Conte è più giovanile di quel che dovrebbe essere; infatti nel 1665, anno del conio, egli aveva 59 anni. Probabilmente l’imitazione dei luigini di Anna Maria Luisa di Bornone voleva apparire oltre che al rovescio anche nel dritto della moneta.

Altri luigini sono stati battuti a Tassarolo con data 1666 a nome e con l’effige della moglie di Filippo, Livia Centurioni-Oltremarini, al diritto e coi soliti gigli di Francia al rovescio.

L’ultima moneta che appare nella Tav. VII ha il diametro di mm. 22, pesa grammi 2,4 e quindi è inferiore all’ottavo di scudo, per cui non si sa come qualificarla. Offre al diritto il mezzo busto del Conte, che appare più magro rispetto alle figure delle altre monete viste; l’iscrizione è PHILIP.SPINV.TASS.COMES. Al rovescio si ha la solita aquila bicipite sormontata dalla corona imperiale e porta lo scudetto con lo stemma. Intorno si legge DEVS.MEVS.IN.TE.CONFIDO. 1667.

E il 1667 è l’ultimo anno in cui si coniarono monete nella zecca di Tassarolo, almeno per quanto si sa dai documenti conosciuti.

Filippo Spinola muore nel 1688 e dopo di lui i suoi eredi non usufruiranno più del privilegio di poter battere e smerciare moneta.

Si è ormai alle soglie del ‘700 e le mutate condizioni politiche insieme alle lotte tra le grandi potenze europee portano ad una brusca contrazione dell’economia, con la conseguente cessazione dell’attività di zecche come quella di Tassarolo.

Restano però ancora le sue monete, e non solo per il numismatico e lo storico, a testimoniare dell’attività di un piccolo borgo di trecento anni fa, dove insieme ai contadini ed ai fabbri lavoravano oscuri artisti che incidevano con rara maestria e precisione.


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